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Prodi, Rutelli e Mastella, “utili idioti” al servizio di comunisti e no-global

L’armata Brancaleone delle sinistre è arrivata nei palazzi del potere
Prodi, Rutelli e Mastella,
“utili idioti”al servizio
di comunisti e no-global
di Gaetano Saglimbeni
L’interrogativo è uno solo, amici lettori: affidereste la progettazione della vostra casa ad un ingegnere che ha costruito e visto crollare uno dopo l’altro i suoi palazzi in città? La vostra vita ad un chirurgo che, per imperizia o strafottenza, ha spedito anzitempo all’altro mondo decine di pazienti? O i vostri soldi ad un operatore finanziario che ha portato la propria famiglia sul lastrico? L’ingegnere può proclamare ai quattro venti di essere il più bravo, il chirurgo di essere il più capace e l’operatore finanziario di essere un genio della economia; ma a nessuna persona sensata verrà mai in mente di rivolgersi all’uno o all’altro.
E’ il discorso che fanno in Italia le persone serie, non accecate dal fanatismo politico, sugli uomini che hanno avuto a che fare in qualche modo con il comunismo crollato miseramente e tragicamente nel mondo. Nessuno, certo, vuole addebitare ai comunisti italiani responsabilità che non hanno avuto: non erano in Unione sovietica i Napolitano, i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, quando Stalin sterminava i dissidenti, né in Ungheria e Cecoslovacchia quando i carri armati sovietici reprimevano nel sangue le legittime rivolte di quei popoli. Ma lo stalinista Napolitano, oggi presidente della Repubblica italiana, non esitò un istante ad approvare l’invasione dell’Ungheria, sostenendo che era “necessaria per la pace nel mondo”. E il D’Alema ministro degli Esteri, il Veltroni sindaco di Roma erano direttori dell’Unità, organo ufficiale del Partito comunista italiano, quando quei tragici eventi si compivano e non mi risulta che abbiano mai scritto una parola contro l’establishment sovietico che li aveva ordinati: erano di piena e convinta “adesione ai princìpi ed ai valori del comunismo”, i loro scritti, e quel “paradiso in terra”, fatto di repressioni e tanta miseria, lo hanno per lunghi anni additato a modello per una Italia che di comunismo, per nostra fortuna, non ha mai voluto sentirne.
Adesso si dicono “pentiti”, i Napolitano, D’Alema, Veltroni, Fassino. Hanno trasformato il vecchio Pci prima in Quercia, poi in Ds (Democratici di sinistra) ed ora progettano addirittura di unirsi agli ex democristiani della Margherita per creare il Pd (Partito democratico), omettendo qualsiasi riferimento alla sinistra. Operazione più che legittima, a me pare. “Soltanto gli imbecilli, quando si avvedono dell’errore, restano legati alla vecchia bandiera”, diceva un vecchio saggio. Solo che, nel dirsi ”pentiti”, questi signori non rinnegano nulla del loro passato ed anzi lo esibiscono come fosse un punto di merito. “Siamo noi i più bravi, i più preparati, i più capaci, e soltanto noi possiamo salvare l’Italia”, non si stancano di ripetere. Forse anche i più belli, pensa qualcuno. E francamente, a parte la bellezza (che, se c’è, è un fatto naturale), non si capisce dove abbiano acquisito tanta preparazione e professionalità. Alla scuola moscovita del comunismo o a quella delle Frattocchie, in Italia? In ogni caso, non vedo come un funzionario di partito, indottrinato alla scuola del comunismo (di un sistema cioè che era ed è esattamente il contrario del capitalismo), possa proporsi adesso come “genio della economia” anche nel mondo capitalistico, alla direzione dell’azienda Italia. Le buone referenze, si sa, sono importanti anche quando si assume una cameriera; e quelle dei nostri comunisti “pentiti” non mi sembrano le più rassicuranti.
Erano il “paradiso in terra”, per loro, l’Unione sovietica, i Paesi dell’Est europeo, la Cina, il Nord Vietnam, il Laos, la Cambogia, Cuba, dove la gente, leggevamo sull’Unità, “viveva felice e appagata”, senza l’assillo della proprietà privata che Bertinotti considera ancora oggi “causa di tutti i mali del mondo”; e l’inferno era il mondo capitalistico (Italia compresa, ovviamente), dove “i ricchi diventavano sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri” (ed il funzionario di partito D’Alema, studente fuoricorso all’università di Pisa, non poteva neppure sognarselo di poter diventare un giorno proprietario di una barca da milionario in euro).
Altri tempi, certo, che sembrano lontani anni luce. I Paesi dell’Est europeo, finalmente liberi dalla miseria e dagli orrori del comunismo, fanno parte oggi della libera e democratica Unione europea; la Cina comunista si è aperta al capitalismo più sfrenato, anche se di democrazia e libertà da concedere al popolo non intende neppure parlare; ed i comunisti “pentiti” Napolitano, D’Alema, Veltroni e Fassino, un tempo “laudatores” tra i più convinti ed entusiasti del regime sovietico che sognavano di importare in Italia, non esitano oggi a riciclarsi nel capitalismo, maestri e super-esperti anche nella "libera economia in libero mercato". E vorrebbero insegnare queste cose pure al dottor Silvio Berlusconi, che il capitalismo lo ha praticato egregiamente da imprenditore prima che da politico, al punto da diventare con il suo lavoro (e senza l'eredità paterna preziosissima per i padroni della Fiat e di altri imperi industriali) l’uomo più ricco d’Italia ed uno dei più ricchi del mondo.
“Berlusconi, bravissimo come imprenditore, in politica ha clamorosamente fallito”, hanno strillato in campagna elettorale i signori delle sinistre, “e noi siamo pronti a governare per salvare il nostro Paese”. Come e con chi? Sono tanti i politici delle sinistre, “grandi economisti” di ieri e di oggi (Prodi è da 28 anni sulla scena politica), che discutono al capezzale della “grande ammalata” Italia. Dicono di avere in tasca “ricette miracolose” per salvarla, e mi domando perché non le abbiano tirate fuori in passato: soprattutto, nei sette anni e mezzo in cui sono stati ufficialmente al governo, dal 1994 al maggio del 2001, con quattro premier (Dini, Prodi, D’Alema e Amato) e ben 91 ministri.
Gli italiani, di quel periodo, ricordano soltanto che hanno dovuto pagare senza fiatare, con le tasse più alte d’Europa, anche una super-tassa per l’ingresso in Europa; e gli industriali di essersi “dissanguati” a pagare una super-tassa su imprese e lavoro, la famigerata Irap (istituita da uno dei “super-illuminati” ministri economici della sinistra, Vincenzo Visco), che non esiste in nessuna parte del mondo, che l’Unione europea ha ritenuto “immorale e illegale” e Berlusconi, in periodo di vacche magre per l’Italia e l’Europa, ha potuto ridurre solo in parte.
Una situazione incancrenita da anni di immobilismo, dalle velleitarie e sbagliatissime diagnosi dei “soloni della economia” che, con le loro follie e gli sperperi in serie, hanno lasciato in eredità a tutti noi (non soltanto al governo Berlusconi) il debito pubblico più alto d’Europa. E adesso, i comunisti “pentiti” di casa nostra vogliono salvarla dal baratro, l’Italia. Con il Bertinotti di Rifondazione comunista, che sette anni fa ha già cacciato Prodi da presidente del Consiglio per sostituirlo con D’Alema; con il Diliberto del Pdci, “orgogliosi di essere ancora e sempre comunisti”; con la rissosa e tumultuosa “armata Brancaleone” rappresentata dai no-global di Agnoletto e Francesco Caruso, dai centri sociali di Luca Casarini, dai pacifisti anti-americani che nelle piazze danno del “criminale” a Bush, inneggiano al dittatore Saddam Hiussein che gli iracheni si preparano a condannare a morte e per i militari italiani in Iraq invocano “dieci, cento, mille Nassiriya”.
E’ cambiato qualcosa, in Italia, dagli anni del primo governo Prodi (insediatosi esattamente dieci anni fa)?. Sono cambiati i rapporti di forza nella coalizione del professore, che allora era di centrosinistra e adesso è di sinistra-centro. Nel 1966 le forze della maggioranza, tra sinistra e centro, erano pressoché alla pari ed oggi sono in un rapporto di tre a uno a favore delle sinistre e dell’estrema sinistra. E questo significa che, se il prof. Prodi non accettano i “diktat” di Bertinotti e compagni, può soltanto rifare le valige, come nell’ottobre del 1998, quando fu messo alla porta senza neppure i sette giorni che di solito si danno ai servitori da licenziare. La realtà, piaccia o non piaccia a Prodi, Rutelli e Mastella, è questa. Il ruolo dei moderati, nella coalizione di governo, sarà ancora e sempre di più quello degli “utili idioti”: al servizio di coloro che hanno passato una vita ad applaudire ed esaltare il comunismo fallito miseramente in tutto il mondo ed oggi si auto-proclamano (con le chiacchiere, in cui sono stati e continuano ad essere maestri, e senza provare il rossore della vergogna) statisti tra i più illuminati, i più preparati e capaci.
Gaetano Saglimbeni
www.gaetanosaglimbenitaormina.it
