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mercoledì, 28 gennaio 2004
L'Uovo di Colombo

L'Uovo di Colombo



LA SINISTRA EXTRAPARLAMENTARE ORA CE L’HA CON RUTELLI


 


Dopo aver tentato di sistemare D’Alema con le pezze al culo e la merchant bank, il girotondismo che gira intorno all’Unità di Furio Colombo ci prova con Rutelli: traditore, opportunista e ubriaco. Ellekappa sfotte la Margherita sulle note di Cocciante: «Poi spacchiamo la sinistra e facciamola ballare/ perché mi è venuta a noia, non la posso sopportare/ raccogliamo tutti i voti che può darci primavera/ regaliamoli a Schifani, per un’alleanza vera»; e il direttore spedisce dalla sua prima pagina un’accorata lettera al leader della Margherita, la cui sostanza è che Rutelli «compie un gravissimo errore svalutando l’antiberlusconismo», che sarà «punto di riferimento della nostra (sua? ndr) campagna elettorale». Con ciò - oggettivamente - aiutando il nemico.


Dal giornale dei Ds è un bel viatico alla lista unica. Ma, si sa, Colombo aborre il termine riformista, e rimbrotta perfino Ferruccio de Bortoli, colpevole di averne pacatamente ragionato sul nostro giornale, perché così facendo non si è lasciato incasellare in quell’icona dell’antiberlusconismo che Colombo aveva cercato di creare, ai tempi di «si sono presi il Corriere». Ma il ragionare storto produce logiche pericolose, speriamo inintenzionali, comunque sorprendenti. Colombo contesta così a Rutelli una frase talmente ovvia da essere il leit motiv di ogni leader dell’opposizione democratica in ogni paese democratico che si conosca: «Dobbiamo incalzare il governo affinché ponga mano a quelle riforme di cui gli italiani hanno bisogno».


Per Colombo anche «incalzare» questo governo è un tradimento dell’obiettivo principe: scalzare questo governo. Di che riforme avrebbero poi bisogno gli italiani? Della riforma della giustizia, di quelle istituzionali, di quella del sistema tv? Suvvia, che ingenuità, avverte Colombo: l’unica riforma utile è far fuori Berlusconi.


Forse - ripetiamo - senza avvedersene, Colombo porta la sua tesi alle conseguenze estreme (estremiste?) e afferma: «In questa legislatura non c’è traccia di un solo istante in cui un solo emendamento dell’opposizione abbia potuto cambiare una sola di quelle pessime leggi a cui anche tu ti sei opposto». E dichiara così l’inutilità, la futilità addirittura, della battaglia parlamentare, ringraziando in questo modo - en passant - anche quei gruppi parlamentari dei ds di cui l’Unità risulta essere organo, traendone buona parte dei suoi finanziamenti, e che - poveri illusi - passano la vita a presentare stupidi emendamenti.


Una volta dichiarata l’inutilità della battaglia parlamentare, questa sinistra diventa compiutamente extraparlamentare. Per questo preferisce le piazze e disprezza il parlamento. Per questo considera Palazzo Chigi una sentina, chiunque vi posi le membra.


 Per questo inorridisce di fronte all’idea che un’opposizione di governo abbia il dovere, di tanto in tanto, di avanzare una proposta, di dire come farebbe lei ciò che comunque andrebbe fatto. Questa impostazione è l’esatto opposto di quel che si propone la lista riformista alle europee. Eppure dicono che Colombo ambirebbe farne parte. Speriamo che lascino in vita il voto di preferenza.


 


Il Riformista













Postato da: Liberali a 19:32 | link | commenti |

"IL CASO S.T.A."

"IL CASO S.T.A."


"IL CASO S.T.A."


 






Postato da: Liberali a 19:32 | link | commenti |

Con calma .
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Con calma .



Consacrata a Cuba la prima chiesa costruita dopo la rivoluzione castrista del 1959. Per l’occasione il “Lider maximo” ha voluto che a consacrare la cattedrale ortodossa fosse il patriarca Bartolomeo I, accolto a L’Avana con tutti gli onori.




Postato da: Liberali a 19:30 | link | commenti |

LASSASSINIO
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L’ASSASSINIO



L’ASSASSINIO DI GUIDO ROSSA


La vicenda coinvolse due miei amici, Guido Rossa (nella foto) e Franco Berardi, morti entrambi tragicamente, il primo assassinato dalle BR e l’altro suicida impiccandosi in carcere. La vissi da testimone, con grande partecipazione. Rossa lavorava nel mio medesimo reparto, l‘officina di manutenzione di cui eravamo entrambi delegati nel Consiglio di Fabbrica, lui in rappresentanza degli operai, io dei ‘colletti bianchi ’. Con Berardi invece era nata una simpatia ai tempi dell’autunno caldo del ’69 quando affittammo le pecore da un pastore sardo sulle alture genovesi di Crevari, e portammo il gregge depositandolo al pascolo davanti alla direzione generale dell’italsider, metafora simbolica per gli impiegati della sede che non partecipavano agli scioperi. Berardi qualche anno dopo fece un viaggio turistico in Turchia con la famiglia. Viaggiando sull’Orient Espress avevano corso una brutta avventura restando per ore in balia di una banda di rapinatori e stupratori.


Ho detto amici ma il sostantivo non è esatto. Non avevano comuni rapporti personali privati ma quelli tra compagni di lavoro e di sindacato. Amavamo conversare di politica, pur senza coincidenze di pensiero (io, del PSI sostenevo Craxi. Loro, lo detestavano. Benché iscritti entrambi al PCI, avevano posizioni diverse: berlingueriano Rossa, estremista filo-cinese Berardi. In altre parole Rossa era favorevole al ‘compromesso storico’ con la DC, Berardi decisamente contrario. Lo considerava una integrazione del partito nel ‘sistema capitalistico’ e ci metteva entrambi sullo stesso piano ‘revisionista’, che per lui voleva dire ancora tradimento della ortodossia marxista-leninista a cui egli restava fedele. Sosteneva che il mitra e non le chiacchiere facevano la rivoluzione. In fabbrica diceva tanto apertamente queste cose che le ritenevano una specie di folklore parolaio estremista innocuo, quindi tollerato. Credo che fosse proprio così fino ad un certo momento. Ma qualcuno (mai scoperto) che militava clandestinamente ascoltando quelle convinzioni teoriche che lo portavano a giustificare le azioni terroristiche delle BR che stavano seminando sangue nel paese, lo invischiò nel fiancheggiamento. E Berardi ci cadde senza rendersi neppure conto del passo che aveva compiuto.


Rossa, ligio alla linea, descriveva le BR (non so quanto intimamente) come fascisti camuffati con lo slogan (apparso anche scritto a caratteri cubitali con la calce sui muri dell’Ansaldo in via Pacinotti): ‘Brigate Rosse eguale Brigate Nere’.


Verso la fine del 1978, un mattino, passai dal consiglio di fabbrica per informarmi delle ultime novità sindacali. Noi delegati dei reparti ci intrattenevamo con gli ‘esentati’ (i distaccati a tempo pieno, tre per organizzazione) per scambiarci commenti ed informazioni. Quel mattino, proprio mentre stavamo li, sopraggiunse un uomo trafelato ed eccidasso che disse agli astanti mostrando un volantino: "Ho visto uno che gira la fabbrica in bicicletta seminando questi volantini delle Brigate Rosse". Uno dei segretari gli prese la copia del ciclostilato che teneva in mano.


Il dattiloscritto, intestato con la stella sghemba a cinque punte inserita nel cerchio e la sigla laterale B e R, era una prolissa pappardella di due pagine incitante gli operai ad "attaccare il disegno controrivoluzionario del capitalismo nazionale nel suo cuore: la fabbrica”. E “sviluppare la lotta armata nel cuore della produzione costruendo a partire dalla fabbrica il partito comunista combattente e gli organismi rivoluzionari di massa"."Bisogna prenderlo!" disse secco e per dargli la caccia formò delle piccole squadre che si diressero in varie direzioni. Chi verso i laminatoi, il parco rottami; la cokeria e l’altoforno… Non mi unii a nessun gruppo, affatto entusiasmato da quello zelo.Il propagatore venne presto sorpreso e ‘catturato’: Nel petto, sotto la camicia, aveva ancora la parte residua dei volantini. Era proprio Franco Berardi, l’estremista noto che stava in prima linea nei cortei sindacali. Colui che teorizzava da epigono comunista prima maniera la rivoluzione, ma essendo padre di famiglia (due figli) nessuno credeva si sarebbe mai compromesso col terrorismo. D’altronde estremismi anarcoidi impenitenti erano frequenti nel movimento operaio, assai vulnerabile alla demagogia.Lo portarono come un prigioniero nel CdF. Egli non era affatto spaventato, non cogliendo perfettamente la situazione in cui si era cacciato. Si sentiva personaggio del caravanserraglio ‘fabbrica’ inviso ai piccoli ‘apparatnicki’ intolleranti al dissenso ma amato dagli operai perché era pur sempre una frangia della ‘classe operaia’ (e diceva cose che molti operai pensavano).


Per me, e lo dissi subito, non dovevamo drammatizzare l’episodio. Vidi in lui il classico ‘compagno che sbaglia ’: “Ha fatto una baggianata, diamogli una lavata di testa, un solenne ammonimento, e finiamola lì”.


Invece, interpretando pedissequamente le direttive di ‘fermezza’ del partito, i delegati comunisti, Rossa in testa, chiesero di seguire una rigorosa procedura di denuncia, dimostrando platealmente all’opinione pubblica che la ‘classe operaia’ era senza compromessi contro l’eversione e la lotta armata. E Berardi divenne la vittima sacrificale di tale assunto politico innescando una scia di sangue che alla fine coinvolse sei vite. La sua, di Rossa e dei quattro suoi assassini della colonna Walter Alasia.Convocato immediatamente il consiglio di fabbrica doveva prendere sulla questione una posizione ‘unitaria’ ufficiale. Ma questo non fu possibile. Nella animata discussione erano contrapposti i delegati comunisti che voleva l'immediata denuncia ai carabinieri e tutti gli altri (socialisti Fiom, cislini e uillini) che erano per spegnere l'episodio. Arrighi il delegato Cisl aveva le mie medesime posizioni: "Franco lo conosciamo, è un esaltato, messo in mezzo da qualcuno più furbo di lui. Va recuperato non rovinato". La discussione si accanì senza possibilità di conciliazione. Purtroppo il segretario comunista della sezione di fabbrica, Occhi, politicamente più avvertito e moderato, era in ferie (quando tornò mi disse che, con lui presente, le cose avrebbero avuto un'altra piega). Mancando il suo apporto prevalse la rigida linea dei delegati comunisti compatti dietro Rossa. Alla fine non venne assunta nessuna decisione perché nessuno dei due gruppi accettò la linea dell’altro e neppure giunsero ad un compromesso.Ebbi con Rossa un estremo tentativo di persuasione consigliandolo a quattro occhi: "Non essere così intransigente, pensa alle possibili conseguenze della tua linea. Considera e privilegia il rapporto di amicizia". Mi rispose secco: "La posta in gioco è troppo importante." Insistei: “Ma possiamo denunciarlo in caso si renda recidivo. I volantini delle BR non comportano alcun pericolo di proselitismo tra gli operai, sono una accozzaglia allucinante di cazzate, quale presa vuoi abbiano nella fabbrica?" Si indispose: "O non capisci o fai finta di non capire" gridò infuriato "Non è una marachella da perdonare o no. E’ un atto politico che va rintuzzato. Chiaro?" A questo punto tutti lasciammo che le cose seguissero il loro corso e ognuno si assumesse le proprie responsabilità conseguenti alla scelta fatte. La parte contraria alla denuncia si disinteressò del procedere successivo degli avvenimenti, mentre Guido Rossa ed i suoi compagni andarono dal capo della vigilanza interna a informarlo della loro volontà. Questi fece come Ponzio Pilato. Avvertito della delicatezza dichiarò che per lui la pratica era irricevibile: “Dovete andare al comando dei CC, non da me”. Cosa che fecero seduta stante.


Al comando dei carabinieri, finita la battitura del verbale, l'ufficiale, porgendo il documento chiese ai presenti di firmare in calce. Gli operai non aspettavano la richiesta; credevano bastasse la formalità dell’esposto, non di sottoscriverlo personalmente. Il Tenente spiegò che non era possibile: "Occorrono le firme dei dichiaranti; la dicitura ‘un gruppo di delegati del CdF Italsider’ non ha personalità giuridica". Allora scattarono i ripensamenti, tutti tirarono il culino indietro chiedendo a Rossa di soprassedere alla denuncia. Comportamento che a Guido parve di viltà. E generosamente, impulsivamente, appose da solo la firma al documento. Quale solitario, unico nome e cognome apposto alla denuncia, firmò così la sua condanna a morte.Noi, quando si seppe, fummo coscienti immediatamente di quel pericolo. Egli se ne rese conto nelle settimane successive. Ma non lo volle mai ammettere. Con lui ebbi una concitata discussione alla mensa aziendale sotto gli occhi delle maestranze. Credendo di fargli del bene gli dissi che “… mi stupisco tu resti in vista come nulla fosse, che tu continui questa assurda normalità: Ma ti rendi conto che ormai sei un obiettivo? Possibile che neppure il tuo partito lo avverta e ti protegga mandandoti in qualche posto meno agibile?” Egli prese male le mie parole. Le colse come una intimidazione, quasi fosse anche io un portavoce dei suoi nemici. Certo il senso di una sconfessione al suo operato c’era, ma esso era dovuto alla sua tutela non di certo per ‘avviso di morte’ come li per li lo interpretò facendolo molto arrabbiare.


Dopo quella sfuriata non ci salutammo ne’ parlammo più. Quando ci incontravamo però, muti ci guardavamo diritto negli occhi. Da essi notai il cambiamento: agli inizi erano fieri. Alteri come il portamento intrepido di alpinista lo aveva abituato a guardare le cime delle montagne da conquistare, minimamente spaventato dalle reiterate minacce che avevano cominciato ad assillarlo. Poi di giorno in giorno il suo sguardo si addolcì ed in esso coglievo una luce di rammarico affettuoso nei miei confronti. Orgogliosamente continuò a non rivolgermi la parola, ma lo sguardo mi parlava chiaro che si sentiva solo e abbandonato.


Passarono mesi terribili per ambedue perché anche io vivevo assai male in fabbrica. Con la mia sincerità, la discussione in mensa era ‘passata’ come un atto di fiancheggiamento alle BR, ero divenuto reietto. Il linciaggio orale a cui venni sottoposto mi proiettò addosso il biasimo degli operai costringendomi a non frequentare più neppure il CdF. Dovevo, come l’ipocrisia generale della fabbrica, encomiare il gesto ‘esemplare’ punto e basta. In quel periodo ebbi persino il dubbio di essere controllato dalla polizia su segnalazione degli stessi compagni. Avevo raccontato per filo e per segno la cosa nella radio libera Monte Gazzo di Sestri Ponente ed avuto sul tema un dibattito in diretta con Paolo Perugino in cui, secondo me, la posizione comunista era uscita piuttosto male. Intanto Rossa riceveva nella cassetta delle lettere foglietti con epiteti di 'delatore' 'infame'. E telefonate che gli annunciavano imminente la punizione.Il mattino della grigia alba dell’24 gennaio 1979 l'imboscata. Guido uscì da casa per recarsi sul lavoro. Dovendo timbrare il cartellino alle sette, partì tre quarti d'ora in anticipo per essere in portineria, cambiarsi gli abiti nello spogliatoio, dare uno sguardo ai titoli de L’Unità, prima di iniziare il lavoro come ogni mattino. Aprì la portiera della vettura, sedette al volante e avviò inutilmente il motore. Il 'commando' BR apparve bruscamente ai vetri. Quello che successe non ha testimoni vivi per essere raccontato. Probabilmente prima degli spari volarono reciproche offese. Si dice che le intenzioni erano di ‘gambizzarlo’ e basta. Forse proprio per agevolare questa eventualità Rossa le distese sulle poltroncine anteriori (la posizione post morten nella vettura lo vede con la testa reclinata sul volante ed il corpo disteso, non in posizione di guida). Ma Dura impietosamente lo fulminò scomparendo insieme agli altri. Eclissandosi facilmente avendo il ‘covo’ vicino nello stesso quartiere.


Quel mattino arrivando in officina notai capannelli di operai fermi in mezzo al reparto. Avevano incrociato le braccia, sciopero spontaneo, di protesta, commossi e rabbiosi.


Immediatamente intuii il grave accadimento. Ma per togliermi ogni dubbio me lo confermò un tanghero di nome Vagge che in malo modo, col dito puntato sotto il naso e la bava alla bocca, mi gridò: "Sei contento? L'hanno ammazzato! Cacciati in ufficio, non ti far vedere in giro!" come del crimine io ne avessi una qualche colpa! Davanti all’energumeno fuori di testa non alitai verbo per non incorrere nelle sue fanatiche intemperanze. Ma in cuore mio pensai: "Il partito della fermezza operaia voleva il martire, l'ha avuto!"


Nei giorni successivi i delegati che si erano recati al Comando dei Carabinieri senza poi firmare l’atto di denuncia sparirono dalla circolazione. Chi raggiunse parenti lontani, chi andò a lavorare in una cooperative emiliana; uno di loro fu ospitato in casa per sei mesi dal segretario aggiunto del CGIL Ottaviano del Turco. Il comandante della vigilanza, avendo scansato la responsabilità di affrontare personalmente il problema, cadde in disgrazia e divenne il capro espiatorio di quell’evento.


Poi morirono gli altri protagonisti della vicenda. Franco Berardi si impiccò in carcere. La colonna di Dura, intercettata dentro l’appartamento dalla Digos, venne sterminata nel covo durante l’irruzione.



Pier Luigi Baglioni
























Postato da: Liberali a 19:30 | link | commenti |

domenica, 25 gennaio 2004
L'Italia deve combat...

L'Italia deve combattere.

   

L'Italia deve combattere le crudeli mutilazioni .

Lettera firmata                                              

Ho letto una notizia che mi ha sconvolto. Pare che un ospedale pubblico di Firenze abbia chiesto il via libera per effettuare una versione "soft" dell'infibulazione (una, pratica orrenda che prevede la mutilazione dei genitali femminili). Sembra che i medici in questione abbiano giustificato la richiesta così: «Ci battiamo per il male minore».Non ho parole per esprimere tutta la rabbia che provo come donna e come italiana. È già grave che in diversi Paesi africani esista ancora l'infibulazione. Ma è pazzesco che in Italia qualcuno pensi a una sua versione meno cruenta invece di combatterla. E la Regione Toscana cosa dice? Si deve impedire con ogni mezzo l'infibulazione in Italia! Qui non si vive nella savana e neanche nella giungla. Se gli immigrati vogliono stare in Europa imparino a condividere certi principi che sono alla base della nostra cultura. Di certo le mutilazioni genitali non rientrano tra questi.

Postato da: Liberali a 12:38 | link | commenti |

Perchè?
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Perchè?

        


La grande campagna antifumo che coinvolge a livello mondiale  tutti i governi che hanno  emanato per questo motivo leggi che  prevedono  sanzioni molto dure per chi le trasgredisce, fanno passare in secondo piano  il grave problema della droga dei suoi derivati e le sue rappresentazioni tramite i media. Molte facile è, ritrovarsi a guardare  immagini  atroci di chi si droga, dai film alle fiction tv, ma tutto questo sembra passare  sotto silenzio.

Tutti ci chiediamo il  perché di tale comportamento?

Perché?



Postato da: Liberali a 12:34 | link | commenti |

L'uso e abuso. &nb...

L'uso e abuso.

 

L'uso e abuso dei bambini

Le nuove norme sulla diffusione della pubblicità a mezzo TV, impediscono durante gli spot di usare bambini minori. Giusto? Non so, poichè in questo modo s'impediscono a tanti genitori di incamerare delle somme che si spera utilizzino per i figli e s'impedisce ai ragazzini di entrare in un mondo che in un futuro potrebbe loro dischiudere delle opportunità lavorative. Insomma, si tratta di un divieto molto moralistico, tipico del politically correct imperante, un oceano di ipocrisia.Suona però stravagante che chi ha tanto stigmatizzato l'uso dei minori per la pubblicità, non dia peso alcuno all'uso dei minori durante manifestazioni sindacali e politiche, come si evince dalle immagini dei cortei tenutisi in tante città italiane contro la Riforma della Scuola del Ministro Moratti.Vorremmo sapere infatti, dai dai docenti e dai genitori di codesti pargoli o dai medesimi piccoli militanti, se questi ultimi abbiano davvero cognizione della Riforma governativa e delle sue così palesi e stridenti lacune. Vorremmo sapere, curiosi dopo aver visto questi girotondini in erba sfilare con cartelli e striscioni, se davvero essi piccoli alunni hanno letto la Riforma tanto vituperata e in base a quali conoscenze ed esperienze, essi muovono delle critiche così aspre e che cosa essi ragazzini propongono per migliorare e riformare la "loro" Scuola.Non vorremmo essere delusi che a domanda gli alunni recitino scena muta o si limitino a ripetere quanto i loro democratici insegnanti e genitori hanno ripetuto loro, imbonendoli precocemente, tradendo il vero scopo dell'insegnamento e dell'educazione: instillare una coscienza critica per far divenire i propri alunni e i propri figli uomini e donne responsabili, cittadini liberi e non marionette militanti pronti a sfilare appena glielo intima il primo capatàz di turno.

Giuseppe Nitto

Postato da: Liberali a 12:32 | link | commenti |

venerdì, 23 gennaio 2004
Lettera aperta al di...

Lettera aperta al direttore di Libero Vittorio Feltri

              


Lettera aperta al direttore di Libero Vittorio Feltri


 Egregio Direttore Feltri, sì, Roma è ladrona.


A dichiarazione ancora fresca del Sindaco di Roma Walter Veltroni che esterna Urbi et Orbi l'intenzione di querelare il leader della Lega Nord Umberto Bossi che, oramai da anni però, apostrofa Roma come città ladrona, - Veltroni se ne accorge adesso?- Desidero informarla, con viva preghiera di pubblicazione, dopo i dovuti riscontri e qualora i fatti rispondono a verità, che già dalla mattina le edicole della maggior parte dei quartieri romani avevano "esaurito tutte le copie di Libero" non solo ma, le rare edicole che le avevano, vendevano Libero privo del libro di De Felice 'Storia del Fascismo'. Alla richiesta del libro il coro generale degli edicolantes era: "il libro è esaurito" perchè? chiedevano i clienti "Libero ci ha inviato solo il 30% delle copie accoppiate al libro"rispondevano. Ora, per esperienza personale e generale, sono certa che, tra qualche giorno, compariranno le copie del libro in bella mostra, ma in vendita, sui banchi degli edicolanti come ogni volta accade, dicasi ogni volta, che un quotidiano regala un libro e non ne fa pagare il sovraprezzo. Ciò accade nel giorno stesso in cui sul Suo giornale appare l'intervista del vice Direttore Renato Farina allo storico, allievo di De Felice e già Direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli.


Nello stesso giorno Francesco Merlo, già opinionista del Corriere, su la Repubblica sconsiglia il Sindaco di Roma dal querelare Bossi stessa cosa che, qualora la voce dei cittadini romani trovasse spazio anche per le critiche, non quelle all'acqua di rose,alla amministrazione romana ed a certe politiche di Veltroni, sarebbe un coro generale per il furto continuo dei diritti più elementari di cui quotidianamente sono vittime i contribuenti capitolini. A cominciare dalle Forze di Vigilanza Urbana, passando per le Asl, i


vertici responsabili della pulizia e dell'igiene della città, a finire agli esercenti di ogni genere di consumo che, con il pretesto dell'Euro, fanno speculazione selvaggia, - senza alcun controllo da parte degli organi preposti e del Governo centrale che fa solo 'spot' televisivi propagandari -, vendendo la merce a prezzi vergognosamente esorbitanti ed incrementando la fascia sociale dei cosidetti nuovi poveri.


Ci dica Veltroni come apostrofare una città in preda all'anarchia morale ed economica e che, pur spremendo il contribuente,


non sente il dovere ed il rispetto verso questi di rendere loro i servizi amministrativi che ciascuno paga profumatamente.


Tutto ciò vuol dire, inoltre, mortificare ed annullare il senso civico ed il significato di partecipazione democratica alla città ed incrementare l'inaudito lassismo, il menefreghismo e la corruzione amministrativa della, cosìdetta, Capitale.


Giuliana D'Olcese

Alessandro del Noce











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giovedì, 22 gennaio 2004
...

Il movimento politico-culturale

Italiani Liberi

Consapevole del fatto che ogni popolo ha una sua propria identità culturale; che l’identità e l’indipendenza di un popolo non possono essere disgiunte dalla sovranità di quel popolo entro un territorio definito; che la difesa di questa identità, come la salvaguardia della propria indipendenza, possono rappresentare una delle migliori garanzie per il rispetto della identità e indipendenza degli altri popoli, rinunciando al ricorso a forze internazionali,

si propone di: ristabilire, difendere e rafforzare l’identità civile, etica e culturale degli Italiani attraverso il recupero della loro straordinaria storia intellettuale, scientifica, artistica, musicale e politica.

A questo scopo chiede che il nuovo Parlamento si doti di una Costituzione che per prima cosa permetta l’espressione della libertà della persona nell’ambito della sua coscienza intellettuale ed etica non soltanto teorica, ma concretamente in tutti quei campi che oggi sono invasi e sopraffatti da una generica coscienza collettiva rappresentata in realtà dallo Stato: istruzione, lavoro, previdenza, sanità, politica estera, biotecnologie.Il Movimento chiede anche che il nuovo Parlamento sottragga l’Italia alla perdita di sovranità imposta dall’Unione Europea.Il Movimento si propone, nel frattempo, come stanno facendo gli Svedesi, i Danesi, gli Austriaci e i Tedeschi, di ottenere il rinvio della circolazione dell’euro; la sospensione dei trattati di Maastricht, Amsterdam e Schengen; che non venga ratificato il trattato di Nizza.Per il perseguimento degli scopi sopraddetti il Movimento agisce con i mezzi della competizione politica basata sulla forza delle argomentazioni e, nei casi in cui sia utile, si avvale della collaborazione con altri Movimenti nazionali, europei ed extraeuropei, che ne condividono gli ideali.

Postato da: Liberali a 23:00 | link | commenti |

Carissimi

...

Carissimi



Carissimi,

voglio ringraziarvi di aver sottoscritto e diffuso l'appello per la liberazione di Padre Jiang Sunian, ma sopratutto voglio condividere con voi la bella notizia che ci arriva da Wenzhou:

JIANG SUNIAN E' LIBERO

le autorita' cinesi hanno rilasciato il sacerdote cattolico due anni prima della decorrenza dei termini, è stato liberato il giorno di Natale dopo quattro anni di prigionia, per motivi di '' buona condotta''.Il religioso, che adesso ha 35 anni, era stato arrestato il 25 novembre 1999, insieme ad altri sei sacerdoti, e condannato a sei anni di carcere per aver stampato bibbie ed altro materiale religioso senza autorizzazione.Ancora grazie e un abbraccio,

Davide Bacarella




Postato da: Liberali a 22:42 | link | commenti (2) |

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